Paesaggi intermedi

Ci sono diversi modi per iniziare a scrivere di quello che sto pensando in questo periodo. Nessuno sembra migliore di un altro, quindi provo semplicemente a iniziare, senza un ordine preciso, seguendo quello che sento adesso. Proprio adesso. Sono passati mesi da settembre e, a distanza di tempo, mi sento ancora svuotato. Non nel senso di una mancanza totale, ma come se qualcosa si fosse ritirato.

Mi muovo in una specie di riflessione continua, a volte necessaria, altre volte stancante. So che non è nulla di eccezionale: questi momenti capitano a tutti. Me lo dico anch’io, per ridimensionare, per non dare troppo peso. Va bene così. Chi sono io, in fondo, per pensare che i miei pensieri abbiano più valore di quelli di chiunque altro? Probabilmente non importa.

Scrivo non per affermare qualcosa, ma per provare a fare un po’ di luce. Ancora una volta. Per riuscirci, sento il bisogno di mettere in discussione il modo in cui di solito raccontiamo le nostre vite. Le strutture rassicuranti, le spiegazioni lineari, le storie che tornano sempre. Forse devono cedere, almeno per un momento.

Se voglio avvicinarmi a qualcosa di vero o di più onesto. Negli ultimi tempi mi accorgo che l’idea di un io compatto non mi convince più. Non mi sento una cosa sola, né qualcosa di definito. Mi percepisco frammentato, in movimento, spesso spaesato. Anche il mondo intorno a me ha perso una certa chiarezza.

Non riesco più a leggerlo come prima, come se fosse un insieme coerente. Tutto sembra più ambiguo, meno afferrabile. L’io, per come lo sento ora, non si mostra mai del tutto. È instabile, attraversa fasi, cambia forma. Non mi limito a osservare questa crisi dell’identità: ci sto dentro.

A volte cerco un equilibrio, una specie di uscita, ma quando credo di avvicinarmi a qualcosa, capisco che è solo temporaneo. Non c’è una sintesi finale, e forse non deve esserci. Anche la realtà mi appare stratificata. Non solo materiale, ma attraversata da qualcosa di più ampio, difficile da nominare.

C’è una dimensione quasi spirituale, a volte cosmica, che sento senza riuscire a definirla. È come se cercassi una distanza dal mondo, senza però riuscire davvero a separarmene. Penso a me stesso come a una costruzione fragile. Non un nucleo stabile, ma un insieme di immagini che si riflettono negli altri.

Negli sguardi, nelle aspettative. A volte ho la sensazione che ognuno di noi resti intrappolato in una forma che non ha scelto del tutto. L’identità, allora, diventa relativa; la verità si moltiplica; la realtà sembra dipendere da come viene percepita. Anche lo sguardo non è mai neutro.

Me ne accorgo sempre di più. Non credo più all’idea di un’immagine che documenta oggettivamente il mondo. Tutto è già filtrato, già mediato. Come l’io è frammentato, così lo è ciò che vedo. Il paesaggio non è semplicemente lì: è carico di cultura, di segni, di costruzioni. E l’immagine, invece di nasconderlo, lo rivela.

Forse tutto questo si può chiamare spaesamento. Uno spaesamento che non è solo mentale, ma anche esistenziale, percettivo, a volte spirituale. Ho perso un centro o forse ho smesso di cercarne uno. E sto imparando, lentamente, a restare dentro questa complessità. Non credo più a una verità unica. Al massimo, a una ricerca che sa di non poter arrivare fino in fondo. O a una sospensione, un restare in ascolto.

Quello che sento, ora, è una consapevolezza semplice e difficile insieme: identità e realtà non sono cose ferme. Sono fragili, continuamente messe in discussione dall’esperienza, dal linguaggio, dallo sguardo. Non voglio ricomporre il mondo. Mi basta, per adesso, provare ad abitarlo.

Geografia Privata

Geografoa privata è un viaggio obliquo. Non segue rotte, ma devia. Insegue fenditure nello sguardo ordinario, interruzioni minime che rivelano un altrove. È un taccuino visivo fatto di soglie, apparizioni fugaci, dettagli che scivolano via dal dominio del controllo — e si offrono solo a chi sa fermarsi, a chi sa rimanere. 

Qui supervisionare non significa sorvegliare. Significa oltrepassare, sopraelevare lo sguardo, abitare zone di confine. È un gesto che disarma l'occhio e lo trasforma in pelle. È il pensiero che si fa immagine, la visione che si fa traccia.

Ogni fotografia è segno di un passaggio, raccolta nel cammino silenzioso di una geografia emotiva e privata. Non è il corpo che percorre questi spazi, ma una sensibilità che si affina nel vuoto, nell'attesa, nel tempo dilatato dell'interstizio. Guardare, in questo contesto, non è possedere.

 È lasciarsi attraversare. È esporre ciò che non si può spiegare, rimanere aperti al gesto effimero, all'imprevisto. In queste immagini si deposita un tempo che non misura, ma sospende. Un tempo che vibra tra esitazione e memoria, tra visione e sparizione.

I ragazzi di Li Cuti

L’adolescenza è uno dei periodi più turbolenti della vita. È una fase di cambiamento fisico, emotivo e sociale che spingono a guardare al futuro con un mix di eccitazione, paura e indifferenza ed ulteriori fattori, quali l’abbandono della propria terra e la differenza linguistica complicano la situazione. Molti sono costretti a lasciare il proprio paese d’origine a causa di conflitti, povertà o persecuzioni politiche, alla ricerca di una vita migliore e di opportunità. 

Il nuovo paese presenta diversi ostacoli da affrontare, come la discriminazione razziale, la mancanza di supporto sociale e la difficoltà nel trovare lavoro. Un caso analogo è quello dei giovani nei quartieri che, crescendo in contesti difficili, contraddistinti da povertà, criminalità e abbandono, spesso vittime di contesti sociali e culturali che possono influenzare il loro percorso di vita minando il loro futuro. Vengono meno istruzione e di formazione, intrappolandoli in un circolo vizioso. 

Spesso si trovano in balia della criminalità, finendo per essere coinvolti in attività illegali, vivendo nella convinzione di avere questa come unica possibilità. Tuttavia, non tutti si perdono in questo vortice negativo. Molti sono determinati a sfidare le avversità, cercando una via d’uscita. Ed il mare, simbolo di libertà, è l’unico posto in cui possono scollegarsi da quella vita e da quel senso di mancanza che provano ogni giorno. 

Luogo in cui prendersi una pausa. Comitive multietniche, provenienti dai quartieri o dalle comunità, insieme sugli scogli, mi hanno mostrato che la diversità non è un limite.

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